"mi partorì con la sua carne alla luce del tempo e a quella dell'eterno col suo cuore"......lei, che aveva te per intimo maestro alla scuola del cuore." Orgoglio contro la grandezza divina Perché sei grande, Signore, e posi lo sguardo sulle cose vicine alla terra, e quelle eccelse le osservi da lontano, e non ti avvicini che a un cuore avvilito e dai superbi non ti fai trovare, neppure se la loro avida scienza sa contare le stelle e i grani della sabbia e misurar gli spazi siderali e investigare le strade degli astri. - 4. In questa ricerca investono tutta l'intelligenza e l'ingegno che tu haidato loro, e hanno fatto molte scoperte e predizioni in anticipo di molti anni, ad esempio sulle eclissi del sole e della luna: il giorno e l'ora e la misura in cui sarebbero avvenute, e i loro calcoli erano esatti. È accaduto proprio come avevano predetto: misero per iscritto le regolarità scoperte e oggi si possono leggere in queste loro predizioni l'anno e il mese dell'anno e il giorno del mese e l'ora del giorno e la misura in cui si eclisserà il disco luminoso del sole o della luna: e avverrà tutto come è già predetto. E gli uomini ne restano ammirati, e i profani ne sono stupefatti, mentre gli esperti esultano e si esaltano, e il loro orgoglio dissacrante li toglie alla tua luce e li eclissa: ma prevedono con tanto anticipo l'eclissi di sole e il loro presente non lo vedono - perché non indagano con mente religiosa l'origine dell'intelligenza indagatrice - o se scoprono che sei tu il loro autore non si danno a te perché li conservi come tu li hai fatti, e ciò che loro han fatto di se stessi non lo annientano per te e non abbattono come uccelli in volo i loro entusiasmi e le loro avide curiosità, questi pesci del mare che vagano per i segreti sentieri del profondo, e neppure ammazzano le loro lussurie, bestiame da pascolo, perché tu, fuoco che divora, Dio, consumi in loro la morte e l'angoscia e li ricrei, immortali. - 5. Ma non conoscono la via, la tua Parola, per mezzo della quale hai fatto le cose che essi calcolano, e loro stessi che calcolano: e la tua sapienza è incalcolabile. - 19. E senza indugio corse gridando con parole e fatti e con la vita e la morte, la caduta e l'ascesa, gridando che tornassimo da lui. E scomparve alla vista, perché rientrassimo nel cuore a trovarlo. Se ne è andato, ed eccolo qui. [La perversa imitazione di Dio] - 13. In fondo, l'orgoglio è un omaggio alla grandezza, quando tu solo seil'eccelso Dio al di sopra del tutto. E l'ambizione che cosa cerca se non onori e gloria, quando a te solo fra tutte le cose sono dovuti onori e gloria eterna? E la ferocia dei potenti vuol essere temuta: ma di chi è che bisogna aver timore se non del solo Dio? Al suo potere chi è che può strapparsi o comunquesottrarsi, quando, dove, da chi, per fuggir dove? E le carezze degli amanti vogliono farsi amare: ma non c'è carezza più lieve del tuo amore e non c'è passione più salutare di quella per la tua verità, lucente e bella sopra ogni altra cosa. E la curiosità si atteggia a brama di conoscenza, quando il conoscitore massimo di tutto sei tu. Perfino l'ignoranza e l'idiozia si coprono col nome di semplicità e innocenza, perché nulla c'è di più semplice di te. E nulla di più innocente, se sono le azioni dei malvagi a rivoltarsi contro di loro. E l'ignavia è una sorta di aspirazione alla quiete: ma c'è una quiete certa come Dio? Il lusso poi si fa chiamare soddisfazione e abbondanza: ma sei tu la pienezza e ricchezza senza fine di un indistruttibile benessere. Lo sperpero si nasconde all'ombra della generosità: ma sei tu il più abbondante dispensatore di ogni bene. L'avidità vuol molto possedere: e tu possiedi tutto. L'invidia contende il primato: e cosa è migliore di te? L'ira cerca vendetta: chi nella vendetta è più giusto di te? La paura si sgomenta d'ogni insolita e repentina minaccia all'integrità delle cose amate: e cerca nella prevenzione la sua sicurezza. E cosa c'è di insolito per te? Di repentino? Chi può togliere a te quello che ami? Dove se non da te è la vera sicurezza? La tristezza si strugge per le cose perdute che lusingavano il desiderio, perché vorrebbe che nulla le si potesse strappare, come a te. - 14. Ed è così che l'anima tradisce, quando ti volta le spalle per cercare fuori di te qualcosa che non trova puro e limpido se non tornando a te. Ti scimmiottano tutti, quelli che si allontanano da te e ti si levano contro. Ma anche scimmiottandoti mostrano che sei tu il creatore di ogni genere di cose, e che perciò non c'è luogo a sfuggirti. Che cosa mi piaceva in quel mio furto dunque, e in che cosa imitai, sia pure colpevolmente e a rovescio, il mio Signore? Forse prendevo gusto a violare la tua legge almeno con la frode, visto che con la forza non potevo? Per imitare, prigioniero com'ero, un'azzoppata libertà facendo impunemente una cosa proibita, buia caricatura d'onnipotenza? Eccolo qui lo schiavo fuggitivo, che lasciò il suo padrone e trovò l'ombra. O putredine, bestia mostruosa della vita, profondità della morte. È possibile che mi attirasse una cosa proibita, solo perché proibita, e niente altro? 7.15. Come ricambierò il Signore del fatto che la mia memoria rievoca tutto questo senza che l'anima se ne sgomenti? Io saprò amarti Signore, e ringraziarti e riconoscere il tuo nome, perché mi hai perdonato azioni tanto malvagie e brutte. Lo debbo alla tua grazia e alla tua compassione, che tu abbia sciolto il ghiaccio dei miei peccati. Alla tua grazia debbo anche il male che non ho fatto: perché cosa non avrei potuto fare io che ho amato persino la colpa gratuita? Eppure sento che tutto è stato perdonato, il male che spontaneamente ho fatto e quello che mi hai indotto a non commettere. E poi qual è quell'uomo che considerando la propria incostanza osa attribuire alle proprie forze la propria castità e incolpevolezza? Per poi amarti di meno, quasi gli fosse stata meno necessaria la compassione con cui condoni i peccati a chi si ti si rivolge. E allora se qualcuno ha udito il tuo richiamo e ha seguito la tua voce e ha evitato il male di cui legge in queste pagine il mio ricordo e la mia confessione, non voglia ridere di me: ero malato e fui guarito da quel medico stesso cui deve di non essersi ammalato, o forse d'essersi ammalato meno. E voglia amarti altrettanto, anzi di più, vedendo me liberato da tanta malinconia di colpe in grazia di colui che non volle ne fosse egli stesso avviluppato. [Fuga a Roma] - 15. Ma la vera ragione di questo mutamento di luogo tu la sapevi, Dio, e non la palesavi né a me né a mia madre, che pianse disperatamente la mia partenza e mi seguì fino al mare. Dovetti ingannarla, perché cercava di trattenermi con la forza e costringermi o a rinunciare o a prenderla con me: e finsi di voler solo andare a tener compagnia a un amico che stava per partire, in attesa che si levasse il vento. Ho mentito a mia madre, a quella madre: e sono fuggito. Sì, e anche questo tu mi hai condonato se la tua indulgenza poi mi salvò dalle acque del mare, pieno di sozzure com'ero, per preservarmi all'acqua della tua grazia: quando scorrendo su di me fece asciugare i fiumi di lacrime di cui mia madre ogni giorno ti irrigava il suolo ai suoi piedi. Eppure, poiché si rifiutava di tornare a casa senza di me, io la convinsi a fatica a passare la notte in un luogo vicino alla nostra nave, una cappella dedicata al beato Cipriano. Ma quella notte io partii clandestinamente e lei rimase a piangere e a pregare. E cosa ti chiedeva, Dio mio, fra tante lacrime, se non che tu mi impedissi di prendere il mare? Ma nella profondità del tuo pensiero tu esaudisti la sostanza del suo desiderio, senza curarti della preghiera del momento, per far di me quello che lei ti aveva sempre chiesto. Il vento si levò e ci gonfiò le vele, e il lido scompariva ai nostri occhi, quel mattino, quando lei pazza di dolore ti tempestava le orecchie di lamenti e gemiti. Tu nella tua sprezzante indifferenza intanto mi strappavi alle mie passioni per stroncarle, e lasciare che un giusto staffile di dolore punisse quel suo carnale struggimento. Amava avermi con sé,come tutte le madri, ma molto più della gran maggioranza di loro; e non sapeva quali gioie tu le avresti fatto nascere dalla mia assenza. Non lo sapeva e perciò si scioglieva in gemiti e singhiozzi, e questo tormento rivelava in lei l'eredità di Eva, che cercava fra i lamenti quello che fra i lamenti aveva partorito. E però dopo aver maledetto la mia slealtà e crudeltà ricominciò a supplicarti per me: lei se ne andava di nuovo alla sua solita vita, io a Roma. [La lezione di Ambrogio: lo spirito e la lettera] - 4. Certo è che non avevo grandi occasioni di interrogare a mio talento queltuo santo oracolo, nel suo intimo - a meno di non fare domande assai brevi. Ma quelle mie tempeste lo volevano veramente libero e disponibile per potersiriversare su di lui, e tale non lo trovavano mai. E ogni domenica l'ascoltavo spiegare bene la parola della verità in mezzo al popolo, e sempre più miconfermavo nella convinzione che tutti i grovigli di malizia e calunnie stretti intorno ai libri divini da quei nostri ingannatori potevano esser sciolti. Infine appresi che la creazione dell'uomo a tua immagine non è intesa dai tuoifigli spirituali, che tu hai rigenerato per mezzo della grazia dalla madre cattolica, nel senso che essi credano te delimitato dalla forma del corpo umano: anche se non avevo la minima idea, neppure oscura come in un enigma, di cosa fosse una sostanza spirituale. Questo mi riempì di gioia e di vergogna per aver abbaiato tanti anni non contro la fede cattolica, ma contro le fantasticherie di un pensiero inchiodato alla carne. Certo io ero stato temerario ed empio, perché avevo fatto asserzioni e accuse là dove avrei dovuto invece fare domande e studi. Perché tu, altissimo e vicinissimo, mistero ed evidenza assoluti, che non hai membra più piccole e più grandi, ma sei ovunque tutto e non sei in nessun luogo, non certo per aver tu questa forma corporea hai fatto l'uomo a tua immagine e somiglianza: l'hai fatto, ed eccolo lì da capo a piedi nello spazio. [I libri dei Platonici e Il Prologo di Giovanni] 9.13. E in primo luogo volevi mostrarmi come tu resisti ai superbi, ma agli umili doni la grazia, e l'accorato amore con cui hai indicato agli uomini la via dell'umiltà, poiché la tua parola si fece carne e abitò fra gli uomini. Così attraverso un uomo che scoppiava di boria, un pallone gonfiato, mi procurasti alcuni libri di platonici in versione latina dal greco originale: e in quei libri trovai scritto, non con queste parole ma in un senso identico e sostenuto da molte e varie argomentazioni, che in principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio: esso era in principio presso Dio; tutto fu fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla fu fatto; ciò che fu fatto in lui è vita, e vita era la luce degli uomini; e la luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno compresa; e come l'anima dell'uomo, benché renda testimonianza del lume non è il lume stesso, ma Dio-Verbo è il lume vero che illumina ogni uomo venuto a questo mondo; e come era in questo mondo, e il mondo fu fatto per mezzo suo, e il mondo non lo conobbe. Ma che egli venne in casa sua, e i suoi non lo accolsero, e a tutti quelli che lo accolsero diede il potere di diventare figli di Dio, a loro che avevano creduto nel suo nome: questo non lo lessi in quei libri. - 14. E anche vi lessi che la Parola, Dio, nasce non dalla volontà dell'uomo né dalla volontà della carne, ma da Dio; però non vi trovai che la Parola fu fatta carne e abitò in noi. In quei testi scopersi anche, è vero, variamente e diversamente formulato, il pensiero che il figlio essendo conforme al Padre non ritenne usurpata la sua parità a Dio, poiché è per natura a lui identico. Ma non sanno, quei libri, perché annichilò se stesso / prese forma di servo / fatto simile all'uomo / uomo fin nell'aspetto / e si umiliò ubbidendo / fino a morire: / e a morire in croce. / Perciò Dio l'ha levato / dai morti, e gli ha donato un nome / sopra ogni nome / perché nel nome di Gesù si pieghi / il ginocchio a ciascuno dei viventi / del cielo, della terra e dell'inferno / e ogni lingua proclami / che vive nella gloria di Dio padre / Gesù, il Signore. Che prima deltempo e al di sopra del tempo permane immutabile il tuo figlio unigenito a te coeterno; che le anime attingono la propria beatitudine dalla sua pienezza, e che partecipando di quella sapienza che in se sola siede si rinnovano per divenir sapienti, questo sì, c'è scritto. Ma che morì per gli empi al tempo stabilito e tu non risparmiasti il tuo unico figlio, ma lo consegnasti prigioniero per amore di tutti noi, questo non c'è scritto. Già, queste cose le hai nascoste ai sapienti e rivelate ai piccoli, perché venissero da lui quelliche portano il peso del dolore e della fatica e trovassero conforto in lui che è mite e umile di cuore, e conduce i miti alla giustizia e indica ai mansueti la via, e vede la nostra miseria e la nostra pena e ci condona tutti i peccati. Ma quelli che dall'alto dei loro coturni di dottrina vanno insegnando cose più sublimi non ascoltano le sue parole: Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per l'anima. Costoro, è vero, conoscono Dio, ma non gli rendono la gloria e le grazie dovute a Dio, e si svagano nei loro pensieri e il loro cuore insipiente si fa buio, e proclamando la propria sapienza diventano pazzi. [Lettura di Paolo] 21.27. E così mi gettai con avidità grandissima sulle preziose pagine dettate dal tuo spirito, e soprattutto sull'apostolo Paolo: ed erano svanite le difficoltà che mi erano parse a volte metterlo in contraddizione con se stesso e in contrasto con le testimonianze della legge e dei profeti. Vidi nell'oro puro delle sue parole un solo volto e imparai una gioia che spaventa. Fin dalla prima pagina scoprii che tutto quanto di vero avevo letto là qua era detto con la garanzia della tua grazia, perché chi vede non se ne vanti: come se non fosse un dono ricevuto, non solo ciò che vede, ma lo stesso vedere - e che cosa possiede che non abbia ricevuto? E perché vi trovi non soltanto istruzioni per imparare a vedere te, che sei sempre lo stesso, ma anche la guarigione senza cui non si può possederti. E perché si metta in cammino chi è troppo lontano per vederti,finché arrivi a vederti e a possederti. Infatti, anche se l'uomo si rallegra della legge di Dio secondo l'uomo interiore, che cosa farà di quell'altra legge del suo corpo che osteggia quella della sua mente e lo rende prigioniero della legge del peccato, che dimora nel suo corpo? Perché tu sei giusto, Signore: ma noi abbiamo peccato, agito da ingiusti, con malvagità, e la tua mano è gravata su di noi, e giustamente siamo stati consegnati al peccatore antico, il ministro della morte, che ha persuaso la nostra volontà perché si uniformasse alla sua, a causa della quale non permase nella tua verità. Che farà, pover'uomo? Chi lo libererà dal corpo che porta questa morte? Solo la tua grazia attraverso Gesù Cristo, il nostro signore, che hai generato a te coeterno e posto al principio delle vie della tua creazione, nel quale il principe di questo mondo non trovò cosa degna di morire: e tuttavia l'uccise; e così fu cancellato il memoriale che era contro di noi. Tutto questo non c'è in quegli altri libri. Quelle pagine non hanno il volto di questa pietà, il pianto di una confessione, il tuo sacrificio,l'angoscia della mente, il cuore avvilito e umiliato, e poi la salvezza delle masse, la città sposa, il pegno dello Spirito Santo, il calice del nostro riscatto. Là non si sente cantare E non si piegherà l'anima a Dio / a Dio da cui mi viene ogni salvezza? / Solo lui è mia rupe e mia salvezza / Io non mi lascerò spostare. E non si sente chiamare Venite a me, voi che soffrite. Là si disdegna anzi il suo insegnamento, perché è mite e umile di cuore. Già, hai nascosto queste verità ai sapienti e agli avveduti, e le hai rivelate ai piccoli. Altro è vedere dal ciglio di una selva il paese della pace e non trovare la strada che vi conduce e invano arrancare per impervie pendici, braccati dai disertori di Dio, in fuga dietro al loro principe drago e leone; altro è trovarsi sulla giusta via, sorvegliata e difesa dall'imperatore del cielo contro le razzie degli angeli fuggiaschi dall'esercito celeste: che ne stanno alla larga come dal supplizio. Così per vie mirabili tutto questo m'entrava nelle viscere, mentre leggevo l'ultimo dei tuoi apostoli e meditavo sulle tue opere, sgomento. [La libertà dell'esegesi] 18.27. Viste e considerate tutte queste opinioni, non voglio far dispute di parole, a nulla utili, se non alla perdizione degli ascoltatori. La legge invece è buona perché serve a edificare, se la si usa legittimamente, e ha per fine la carità che nasce dalla purezza di cuore, da una coscienza buona e da una fede non immaginaria; e lo sa bene il nostro maestro, che sospese ai suoi due soli precetti tutta la legge e i profeti. Se io ne faccio ardente professione, Dio mio, lume segreto dei miei occhi, che male c'è se di queste parole si possono dare interpretazioni diverse, leggendovi cose che sono comunque vere? Che male c'è, dico, se io avrò in mente cose diverse da quelle che un altro pensa avesse in mente lo scrittore? Ma tutti noi che lo leggiamo ci sforziamo di ricercare e comprendere quello che l'autore voleva: e se lo crediamo veritiero, non oseremo attribuirgli nulla che sappiamo o riteniamo falso. Quando dunque ciascuno si sforza di intendere le Sacre Scritture secondo l'intenzione dello scrittore, che cosa c'è di male se intende ciò che tu, luce di tutte le intelligenze capaci di verità, mostri essere il vero, anche se non è ciò che intendeva l'autore in questione, quando, pur essendo diverso, è sempre il vero che quest'ultimo ha inteso? 25.34. Tremendi, Signore, sono i tuoi giudizi: proprio perché la tua verità non è mia né di questo o di quello, ma di tutti noi che tu pubblicamente chiami a parteciparne in comune, con l'avvertimento terribile di non pretenderne il possesso privato, per non esserne privati. Perché chiunque rivendica la proprietà esclusiva di ciò che tu offri al godimento di ognuno e pretende suo quello che è di tutti, è ricacciato dal bene comune al suo proprio, cioè dalla verità alla menzogna. Chi infatti dice menzogne, dice del suo. [Un grande amico] 4.7 Ormai la mente di quella persona andava errando con me, e non poteva stare senza lui, il mio cuore. E all'improvviso tu c'eri alle spalle e la fuga era vana, Dio delle vendette e insieme fonte di accorate tenerezze, che ci converti a te per vie mirabili: e l'hai spazzato via da questa vita quando durava solo da un anno la nostra amicizia, dolce per me più di ogni altra dolce cosa di quegli anni. - 8. Chi può contare da solo tutte le tue grazie che in sé solo ha provato? Dio mio, cosa facesti allora? Come è insondabile l'abisso dei tuoi giudizi! 5.10. Posso sapere da te che sei la verità perché il pianto sia dolce a chi è infelice, posso accostare alla tua bocca l'orecchio del cuore, perché tu me lo dica? O forse tu, per quanto onnipresente, hai respinto lontano la nostra tristezza, e te ne resti in te stesso mentre noi rotoliamo di prova in prova? E tuttavia se non potessimo piangere alle tue orecchie, non resterebbe nulla della nostra speranza. Da dove viene questo frutto delicato dell'amaro di vivere, che si coglie nel pianto e nei sospiri, nei lamenti e nei gemiti? Forse è nella speranza che tu ci ascolti, la dolcezza? Nelle preghiere, è giusto che sia così,perché il desiderio che ti raggiungano ne è parte costitutiva- [Lento distacco dai manichei] 10.18. Tu dunque mi rendesti la vita e la salute, salvando il figlio della tua ancella: solo fisicamente per allora, per avere poi l'uomo a cui donare una salute migliore e più certa. Anche allora, a Roma, mantenevo contatti con quei falsi santi, quei falsari: non soltanto con i loro uditori, fra i quali si contava anche la persona che mi aveva ospitato durante la malattia e la convalescenza; ma anche con i cosiddetti eletti. Ero infatti ancora dell'opinione che non fossimo noi a peccare, ma fosse una qualche altra natura a farlo, in noi: e piaceva al mio orgoglio, sentirmi estraneo alla colpa, e se facevo del male, non ammettere di averne fatto - perché tu salvassi quest'anima, colpevole verso di te - ma preferivo scusarla per accusare non so che altra entità che sarebbe stata in me senza esser me. E invece io ero un unico tutto, era la mia empietà a scindermi in due, mettendomi contro me stesso. Ed era il peccato più inguaribile, quello di non considerarmi in colpa: com'era condannabile perversione preferire che tu, Dio onnipotente, fossi sconfitto a mia rovina in me piuttosto che lo fossi io da te, e per la mia salvezza. Ancora non mi avevi posto una guardia alla bocca, e la porta della continenza attorno alle mie labbra, perché il mio cuore non indulgesse alle parole inique, a offrire scuse per giustificare i peccati, con gli uomini che fanno il male: e perciò ancora frequentavo i loro eletti. E tuttavia disperavo ormai di fare qualche progresso in quella falsa dottrina, e anche quei principi dei quali avevo deciso di ritenermi pago finché non avessi trovato di meglio, li conservavo in modo sempre più fiacco e distratto. 11.21. io ero talmente impedito, schiacciato e come soffocato dalle masse materiali che mi occupavano il pensiero che ansavo sotto il loro peso senza riuscire a respirare l'aria limpida e pura della tua verità. "leggevo i salmi di Davide" - 8. Fossero stati lì ad ascoltarmi! Ma a mia insaputa, perché non credessero che per loro dicessi le parole che intercalavo a quelle del salmo. E non le avrei dette in effetti, o non con quel tono, se avessi sentito d'esser visto o ascoltato da loro; e se anche le avessi dette non le avrebbero accolte così come le dicevo a me stesso alla tua presenza, come mi venivano in quella nostra dimestichezza dal fondo del cuore. - 11. E il verso successivo strappava al mio cuore un alto grido: In pace! Nell'identico! E quelle parole: mi addormenterò e prenderò sonno... Chi ci resisterà quando si attuerà la parola che fu scritta: la morte è stata assorbita nella vittoria? E tu veramente sei l'identico, tu che non sei soggetto a mutamento e in te è il riposo senza più memoria di fatica, perché non c'è un altro con te e non c'è moltitudine di cose da cercare fuori di te, ma tu, Signore, nella speranza mi hai rifatto uno. 10.23. L'argomento era la vita eterna dei beati, la vita che occhio non vide e orecchio non udì, che non affiorò mai al cuore dell'uomo. Noi eravamo protesi con la bocca del cuore spalancata all'altissimo flusso della tua sorgente, la sorgente della vita che è in te, per esserne irrigati nel limite della nostra capacità, comunque riuscissimo a concepire una così enorme cosa 12.18 Dov'è la verità, dov'è il suo gusto? Nell'intimo del cuore: ma il cuore vaga lontano da lui. Tornate al vostro cuore voi che gli avete fatto violenza, e stringetevi a quello che vi ha fatti. State con lui e consisterete, riposate in lui e troverete pace. 1.1. un cuore chiuso non sfugge ai tuoi occhi e la durezza umana non basta a respingerti: e tu la sciogli quando vuoi, a forza di vendetta o di pietà, e non c'è riparo alcuno alla tua vampa. [Orgoglio contro la grandezza divina] Perché sei grande, Signore, e posi lo sguardo sulle cose vicine alla terra, e quelle eccelse le osservi da lontano, e non ti avvicini che a un cuore avvilito e dai superbi non ti fai trovare, neppure se la loro avida scienza sa contare le stelle e i grani della sabbia e misurar gli spazi sideralie investigare le strade degli astri. - 4. In questa ricerca investono tutta l'intelligenza e l'ingegno che tu hai dato loro, e hanno fatto molte scoperte e predizioni in anticipo di molti anni, ad esempio sulle eclissi del sole e della luna: il giorno e l'ora e la misura in cui sarebbero avvenute, e i loro calcoli erano esatti. È accaduto proprio come avevano predetto: misero per iscritto le regolarità scoperte e oggi si possono leggere in queste loro predizioni l'anno e il mese dell'anno e il giorno del mese e l'ora del giorno e la misura in cui si eclisserà il disco luminoso del sole o della luna: e avverrà tutto come è già predetto. E gli uomini ne restano ammirati, e i profani ne sono stupefatti, mentre gli esperti esultano e si esaltano, e il loro orgoglio dissacrante li toglie alla tua luce e li eclissa: ma prevedono con tanto anticipo l'eclissi di sole e il loro presente non lo vedono - perché non indagano con mente religiosa l'origine dell'intelligenza indagatrice - o se scoprono che sei tu il loro autore non si danno a te perché li conservi come tu li hai fatti, e ciò che loro han fatto di se stessi non lo annientano per te e non abbattono come uccelli in volo i loro entusiasmi e le loro avide curiosità, questi pesci del mare che vagano per i segreti sentieri del profondo, e neppure ammazzano le loro lussurie, bestiame da pascolo, perché tu, fuoco che divora, Dio, consumi in loro la morte e l'angoscia e li ricrei, immortali. - 5. Ma non conoscono la via, la tua Parola, per mezzo della quale hai fatto le cose che essi calcolano, e loro stessi che calcolano: e la tua sapienza è incalcolabile. - 19. E senza indugio corse gridando con parole e fatti e con la vita e la morte, la caduta e l'ascesa, gridando che tornassimo da lui. E scomparve alla vista, perché rientrassimo nel cuore a trovarlo. Se ne è andato, ed eccolo qui. - 11. Cuore e ricordo stanno davanti a te, che allora mi muovevi nel segreto misterioso della tua provvidenza, e già rivoltavi sotto i miei occhi la vergogna dei miei errori,perché potessi vederla, e odiarla. [La figura di Ambrogio] 3.3 Leggeva scorrendo le pagine con gli occhi, il cuore intento a penetrare il senso, mentre voce e lingua riposavano. - 12. hai fatto del mio cuore e della lingua carboni ardenti, con cui cauterizzare il marcio di quella intelligenza piena di speranze, e guarirla